Vietnam, viaggio di due settimane da Sud a Nord

Viaggio in Vietnam, itinerario di circa due settimane.

In viaggio in Vietnam, il mio Vietnam. Riporto qui il diario fatto giorno per giorno delle mie settimane in Vietnam, raccontato sui miei canali social, come fosse una storia. Potete poi seguire i link nei titoli delle varie tappe per approfondire, ma spesso le emozioni raccontano più di altre mille dettagli.

Anche quest’anno sono partita per andare, cuore colmo e ancora un po’ spezzato. Zaino pieno, anima da alleggerire.

Prima tappa sono 13 giorni in questo splendido paese, poi tocca alla Malesia e infine Bali per fare surf.

Adoro viaggiare, sono una donna da zaino in spalle, tanto organizzata e precisa nel lavoro e nella vita di tutti i giorni, tanto rapita dal semplicemente andare nei viaggi.

Giorno 1: viaggio verso il Vietnam e notte a Ho Chi Minh (s. Phuot Airport Hostel)

Giorno 2-3: Hoi An

Giorno 4: My Son e viaggio verso Hai Phong

Giorno 5-6: Crociera sulla baia si Ha Long/Ha Lan (UniCharm Cruise)

Giorno 7: Ninh Binh (ostello Ha Lan Homestay)

Giorno 8-9: Hanoi (ostello Cocoon Inn)

Giorno 10-11: Sa PA (Soggiorno presso Su Family Homestay)

Giorno 12-13: Ba Be (Soggiorno presso Huyen Hao Homestay)

Giorno 14: Partenza per Penang, Malesia da Hanoi, ma questa è un’altra storia.

mercato vietnam Hoi An

Giorno 1: Il viaggio. Partenza da Malpensa, scalo a Dubai e arrivo a Oh Chi Minh la sera del primo giorno.

Quasi non ricordavo la quantità di motorini, lo smog e l’odore del cibo a ogni angolo tipico delle grandi città asiatiche. Decisamente, mi mancava.

Siamo a Ho Chi Minh. Aereo atterrato perfetto, controlli passati in un nano secondo e bagaglio arrivato. A differenza dell’anno scorso.

A piedi fino in ostello, carica, sporca da 17 ore di viaggio, stanca, e appiccicosa per l’umidità calda delle sere vietnamiti: mi mancava da matti anche questo.
Struccata, capelli arruffati e vestito a casaccio. Le camerate con i letti a castello, con gente bizzarra che proviene da ogni parte del mondo, chi russa, chi ride, chi nemmeno sorride.

Finalmente una doccia e la ricerca di qualcosa da mangiare.
La mia prima cena é stata una ciotola di riso precotto e una scatoletta di pollo alla soia comprato in un market, mangiato con le bacchette seduta all’angolo di una strada sorseggiando succo di melograno. Insomma, alta cucina gourmand.

Una vietnamita, mentre passava, mi ha sorriso augurandomi buon appetito.
Mi é sembrato semplicemente perfetto.

Ho imparato due cose:
Qui, rischi la vita ogni volta che devi attraversare una strada a più corsie. Non importa ci siano le strisce, tu sei un pedone e non conti nulla. In italia ti sfanalano per dirti di passare, qui ti fanno segno per avvisarti che stanno accelerando e che di te non gliene frega una cippa. Ti devi letteralmente buttare giocando al gioco della navicella che deve evitare i meteoriti.

Seconda cosa, nessuno parla inglese. Ma zero. Le comunicazioni ho idea che saranno davvero molto divertenti.

Mi sento leggera. Finalmente. Ho bisogno di svuotare e depurare la testa e l’anima.

Ma ora basta.

Domani mi aspetta un volo alle 8 per andare verso Hoi An e incontrare una amica con cui condividere un pezzo di viaggio.
Lei é in giro da mesi, in viaggio di nozze. Non l’avevamo programmato, perché se l’avessimo fatto, non ci saremmo riuscite.
Deciso domenica.

Qual é la cosa divertente? Che nell’affrontare un viaggio siamo diametralmente opposte.

Forse é per quello che ci vogliamo così bene. Perché due di noi, uguali, non si potrebbero sopportare.

Buonanotte

Giorno 2: Hoi An, lanterne e cucina.

barche e lanterne hoi an vietnam

(prima parte)

Siamo a Hoi An. Aereo preso stamattina presto per la tratta Saigon-Da Nang.

Del resto parlo dopo, prima mi soffermo su stasera: è stata surreale.

Come è nata? Ho una amica vietnamita.

Quando le ho detto che sarei venuta qui mi ha detto che suo papà è proprio di Hoi An e di chiamarlo per avere info o consigli.

Al telefono lui mi ha solo detto: venite a cena da noi?

Ed eccoci qui: eravamo noi, lui, la compagna che sta per organizzare workshop culturali di cucina, musica e cultura, un vietnamita di 70 anni che vive in Germania e parla francese e un altro di qualche anno in più che ha vissuto in Canada e ha tratti quasi da orientale.

Fatto sta che, dato che ha saputo che sono una pasticcera, ci siamo ritrovati a fare un dolce tipico della sua etnia: abbiamo sbucciato le arachidi tostate, pestate nel mortaio fino a ridurle burro, e unite alle uova montate con due bacchette, zucchero e zenzero.
Così, ti rendi conto di quanto sia facile usare mixer e planetaria.

Sarà stata l’atmosfera. I racconti, il “Mì Quảng” che ci hanno preparato per cena, ossia noodle con erbe tre varie, gamberi e chips di riso, ma è stato semplicemente strepitoso.

Il tutto in un piccolo villaggio (3 case) fatto tutto di bamboo. E quando dico tutto, intendo la casa intera, la bici, persino la macchina.

Poi ci ha cantato un canto popolare suonando il tamburello. Una melodia che parla di amori impossibili che trovano la strada. Una Romeo e Giulietta vietnamiti deche finisce senza il morto.

Cambiano i popoli, la pelle, i sapori, ma l’amore, quello no, è universale. E ha ragione De Andre “l’amore ha l’amore come solo argomento, e il tumulto del cielo ha sbagliato momento”

(Seconda parte)

Vi racconterò i dettagli dei giorni a Hoi An nell’articolo dedicato, ma questa piccola città, come tanti mi avevano anticipato, ha qualcosa di magico.

All’ora del tramonto attorno al fiume e per le vie si riempie di gente. Tuttavia, nonostante sia affollatissima, non si ode baccano e sa trasmetterti una pace difficile da spiegare.

Insieme alle persone appaiono lanterne, ovunque, di qualsiasi forma, colore e dimensione.
Pare magia, e forse, lo è.

Il ponte vecchio, simbolo della città, è alle spalle del canale su cui piccole barche traghettano persone. Non vanno da una sponda all’altra come Caronte, ma le anime si sospendono lo stesso, nel mezzo dell’acqua, delle luci e dei colori.

Siamo salite anche noi e, anche se pensavo fosse la solita boiata da turista, ne vale davvero la pena.

Il vecchietto con la pagaia in legno ci accende le due lanterne e ce le porge. Il rito tocca anche a noi.

Chissà se, come in Giappone, simboleggiano gli spiriti dei morti che tornano verso l’aldilà per rinascere o se siano i nostri sogni, come chi li scrive e li chiude in bottiglia, affidati ad un fiume, ad un momento e ad un tramonto.

Magari lo scopriremo, magari no. Nell’attesa, zaino in spalle e coraggio in mano: quei desideri affidati ad una flebile candela, ce li andiamo a prendere. Non abbiamo tempo di aspettare.

Perché ciò che separa i sogni dalla realtà, sono solo i passi necessari per raggiungerli.

Giorno 3: Bicicletta in giro per Hoi An

tour biclicetta hoi an

Parola d’ordine “landscapes”

35km in bici, la pelle sudata, la schiena con il disegno della maglietta omaggiato dal sole e paesaggi incantevoli.

Siamo ancora a Hoi An. La sveglia è suonata abbastanza con calma verso e 8.30, colazione, bici e via.

Ci siamo perse e ritrovate, attraversato ponti troppo ripidi, risaie, incrociato bufali e pescatori. Annusato odori orrendi e profumi sconosciti.

Tutto con calma e nel silenzio interrotto da mille motorini e macchine che, a prescindere tu sia in mezzo o no, iniziano a suonarti per avvisarti che ci sono e che devi spostarti. Perché loro non lo faranno.

Come ogni volta mi accade, si accavallano così tante cose che sembra di essere via da settimane. Invece sono solo tre giorni.

La mente vaga, in cose belle e in altre a cui non hai voglia di pensare. Talvolta ami il silenzio, altre lo detesti, perché lascia troppo spazio ai pensieri che fanno un baccano senza senso.

Fa strano, a volte, ritrovarsi accanto a chi sa chi è, a chi sa dove vivrà, con chi, con chi condividere “il viaggio” e più o meno come farlo. Fa strano perché è una sensazione che non conosco, che a volte fa male, e perché davvero non saprei rispondere a nemmeno una di queste ipotesi.

Non mi ci soffermo mai presa in mezzo a tutto, ma è come quando hai mille matite di tutti i colori mescolate in un’unica scatola. Non ti rendi conto dell’intensità di un colore finché non lo estrai da tutto e lo appoggi su un foglio bianco, iniziando a colorare.

Può piacerti o no, ma lo distingui, in modo netto, violento, senza punti in sospeso.

Giorno 4: My Son e viaggio per Hai Pong per raggiungere Cat Ba e partire per Ha Long.

my son tempio patrimonio unesco Hoi An

Siamo a Hai Phong. Tappa intermedia per salpare per Ha long domani.

Ci siamo solo noi come occidentali, una cena fatta per strada, due passi in mezzo al nulla.

Pensieri. Una valanga.

« La schiena è la parte che non puoi vederti,quella che lasci agli altri. Sulla schiena pesano i pensieri,
le spalle che hai voltato quando hai deciso di andartene »
Margaret Mazzantini

Andartene da ogni luogo in cui sei stato, attimo che hai vissuto, persone, sentimenti ed emozioni legate ad uno ieri che non fa parte del domani.

Parlavamo oggi, tra i resti dei bellissimi templi di My Son, patrimonio dell’UNESCO, delle vite in cui uno é imprigionato, di quelle da cui uno é scappato. Della vita che si disegna tra le mani, di quella che vorremmo, dei cambiamenti che fanno paura e di quelli che fanno troppa paura per essere affrontati.
Anche quando ne sei consapevole, come se avessi una malattia.

So solo che non ritornerò tra quelle rovine. Come per ogni passo che ho fatto.

So che non tornerò tra le stradine di Santiago, sulla Tour Eiffel con quello stesso stato d’animo.

Non passerò lo stesso anno ad allenarmi per il Pastry Queen, non sorriderò con gli occhi alle stesse persone per caso tra la folla, non mi perderò, ancora, attorcigliata ad altre.

C’é un qualcosa, a volte, che « non se ne va dagli occhi. Resta, s’infila dentro. Come mare che ha viaggiato e violentemente si ricongiunge a se stesso », ma tutto il resto no, ce lo lasciamo alle spalle.

Spalle che a volte pesano, bruciate dal sole, stanche, forti.

É per questo che vale la pena vivere sempre quel qualcosa. Appieno, senza sconti. Perché non ne avremo una seconda possibilità.

Forse un’altra, diversa, ma mai la stessa.

Giorno 5: in Crociera sulla Baia di Ha Lan (Ha Long)

ha long al tramonto dalla nave da crociere

Ci sono tramonti e tramonti.

Il cielo s’infuoca, si colora. Grida e si placa.

In ogni posto del mondo, attraverso milioni di occhi diversi e su migliaia di orizzonti differenti.

Non puoi fermarlo, non puoi trattenere la sua bellezza. È effimera, evanescente. Forse per questo magica.

Ogni tramonto ha due volti. Il giorno che canta un addio, la notte che nasce.
La palla di fuoco passa il testimone alla luna.

Ed il sole sa di essere più grande e più potente: vuole farsi sentire.

Esplode in un ultimo boato di luce, lanciando colori in mezzo al cielo, come un pittore con un acquerello a mano libera, come i fiori in un campo, una glassa su una torta.

Il viola, il giallo, l’arancio, il fucsia, il bianco, il blu. Vedo i miei colori. Come quella sera durante il cammino.

Sorrido, felice e malinconica.

Passiamo 12 ore al giorno in compagnia del sole ma lo notiamo davvero solo in due momenti: quando nasce e quando muore. Siamo esseri curiosi. Quello che siamo abituati a vedere lo diamo per scontato finché non scompare. O non torna.

…e i cambiamenti hanno sempre mille sfumature, ogni giorno diverse. Ogni volta speciali.
Lui lo sa. E si impegna a viverle da sempre. Per sempre.

Giorno 6: Secondo Giorno Nella Baia di Ha Lan e viaggio verso Ninh Binh

crociera nella baia di ha long

la bellezza di questi posti ti entra dentro e ti si attacca all’anima. Davvero.

C’é l’acqua con colori stupendi e disarmanti, il silenzio, la bellezza vera e propria. Quella che salverà il mondo.

Si salpa alle 12. Faremo le Vamp per un giorno perché la crociera è bellissima.
Sono terrorizzata dalle possibili coppiette perché sono un po’ allergica invece mi ricredo, anche perché c’è così tanta meraviglia attorno che del resto non interessa.

Non sai dove guardare, dove far foto perché tutto pare superfluo e non richiudibile in uno scatto. Cerchiamo di accumulare immagini per riempire le retine, per non lasciar andar via nulla.

Poi usciamo in kayak: siamo bravissime dopo qualche testa coda e nonostante i muscoli nelle braccia possenti come le Barbie.

Due ore a dirci “destra. Sinistra. Destra. Sinistra” e a ridere. Bellissimo. Ancora.

Poi c’è il tramonto che rende le parole quasi superflue. I colori. La luce. Tutto.

Sarebbe perfetto un abbraccio, perché più o meno ha la stessa intensità di anima e non chiede nessun tipo di suono. Basta a se stesso.

E oggi un giro in bici, alle 7 del mattino già fradicie di sudore come dopo la doccia, con le bici sgangherate e la pelle piena di moscerini tipo parabrezza dopo la Torino-Milano ai mille all’ora.

Bello, bellissimo davvero. Non mi stanco di ripeterlo.
Spero sempre di non esaurire la memoria come fanno i pc, perché dimenticare frammenti di vita è un vero peccato. Quando contengono meraviglia, anche di più.

Giorno 7: Ninh  Binh, Mua Caves, Trang An

vista mua caves dall'alto a ninh binh in vietnam

Pullman direzione Hanoi. Nelle orecchie suonano i Thirty Second to Mars.
Northern Lights. Amo e odio questa canzone.

Seduto accanto a me c’è un pinguino, si gela per l’aria condizionata. Pare la canzone appropriata. E pare buffo pensando al caldo di oggi.

Ninh Binh.
Bella bellissima. Non credo di aver mai sudato tanto nella mia vita.
500 scalini. Le 8 del mattino. 42 gradi all’ombra.

Una vista mozzafiato. Questo posto vale le quattro ore di bus ieri e ogni goccia di sudore. Vi assicuro che sono state a migliaia. Ci sudavano anche le cornee.

In cima però non sai dove girarti. È semplicemente splendido.
Un lago di ninfee, le risaie, il fiume. Il cielo azzurro con le nuvole di panna. Ti senti piccolo. Vedi quanto tutto sia immenso. Aperto. Libero, vivo. Verde.

Non c’è quasi nessuno, sia qui che dopo nel giro del Trang An, forse perché si muore di caldo e perché Ninh Binh è un posto dove devi venire apposta, non del tutto comodo e a portata di aereo.

Siamo con le nostre fedelissime bici, sudate fin nelle orecchie. Nel tragitto per tornare verso l’ostello che è a metà delle due mete, la maglietta attaccata al cestino che si asciuga.

Praticamente evaporiamo anche noi. Infondo siamo fatti per l’80% di acqua.

Dopo le scalinate delle Mua Caves tocca al giro in barca tra templi e cave. Pagaiamo anche noi, un po’ per aiutare il tizio della barchetta che rema trascinando noi e altri due cinesi per il fiume e ci fa pena. Un po’ perché almeno andiamo più veloci: ci stiamo sciogliendo. È mezzogiorno. Caverne, dove siete? Entriamo nella prima: sembra un forno crematorio.

Continuiamo a pagaiare. Quando c’è un filo di vento sorridiamo come ebeti, come fosse un regalo degli dei.
Tra scalini, bici e pagaiate, stiamo facendo più palestra che in italia. Il sedere ringrazia.

Il giro è lungo, fa caldo, siamo stanche, quasi drogate dall’afa. Torniamo in ostello per fare una doccia ma prima passiamo dalle oche. Ci sentiamo quasi tra simili.

I tizi del bus si dimenticano di passare a prenderci quindi chiamiamo un grab che in 7 minuti percorre la strada da fare in 15. Ha suonato il clacson anche ai fantasmi per arrivare in tempo. Ha il viso duro, sembra il vietnamita più incazzato di sempre. Meno male che non c’è l’ha con noi, altrimenti ci ammazzerebbe e seppellirebbe nel primo fossato.

Domani ultima mezza giornata insieme, poi comincia il viaggio da sola. Questa volta fa strano, davvero, e forse ho una paura fottuta di trovarmi allo specchio con i miei pensieri.

Ma come tutti gli scheletri, non possono rimanere nell’armadio per sempre. Puoi tenere chiuse certe ante quasi per sempre, ma è come avere una catena lunghissima, come il ritratto di Dorian Grey in soffitta, come recitare.
Infondo non mi è mai piaciuta la polvere sotto il tappeto.

Forse devo solo trovare l’onda che se la porti via tutta. Solo che talvolta sembra di scoparla via e alzare un gran polverone che poi si riappoggia a terra.
Voglio un aspirapolvere. E buttare i filtri. Anzi, buttare tutto l’aspirapolvere.

Giorno 8: Hanoi

hanoi_train_street_vecchia_città

Fa strano il silenzio dell’essere da sola. Quasi riecheggia come in una stanza vuota.

Saranno coincidenze, ma ha preso il Grab verso l’aeroporto e ha cominciato a diluviare.

Un abbraccio e un sacco di lacrime trattenute.

Sono la solita sentimentale dalla lacrima facile che odia i finali, gli arrivederci, gli addii.

Era letteralmente una vita che non facevo una viaggio con una amica e anzi, così non l’avevo mai fatto. Condividere davvero un’esperienza, è tutt’altro che scontato.

Continuo a ripetere che se l’avessimo pianificato non sarebbe stato fattibile e forse nemmeno così bello, ma come tutto ciò che succede perché il mondo ti conduce in quel punto, quando certe cose accadono, sono esattamente come dovevano essere: perfette.

Grazie di questi giorni immerse in un Vietnam bellissimo, caldo, caotico, duro. Pieno di risate, risaie, facce da sceme, sudore e ascelle pezzate. Colmo di gente improbabile, situazioni paradossali, motorini che trasportano quello che noi non porteremmo su un furgone.

Del rischiare la vita ogni volta che attraversi la strada. Dei frullati, maschere, biciclette, scalini e pedicure.
Del volersi bene. Del tenersi per mano. Anche senza toccarsi.

Tu sei bella, bionda. Io viola, arruffata.
Siamo opposte, eppure non lo siamo affatto. Lo so che capisci cosa intendo.

Ti fa schifo sederti sui bus, toccare i menu sporchi, mangiare per strada. Esamini le lenzuola meglio della scientifica e scegli ostelli con punteggi in cui 9 è troppo basso. Sei organizzata al centimetro e al secondo. Sempre connessa, super efficiente. E ti ammiro.

Io mi siedo per terra, assaggio insetti, dormo dove capita, seguo il flusso e quello che succede, mi attacco ai Wi-Fi di fortuna e cerco di scrollarmi di dosso l’organizzazione che devo avere nella vita di tutti i giorni per imparare a vivere il tempo, senza paura di perderlo.

Ma questi sono solo stupide differenze: negl’occhi abbiamo quella scintilla identica, quello stupirsi del mondo, delle piccole cose. Quella capacità di amare nel profondo le persone e la vita.
Sarà per quello che ci capiamo, che siamo amiche, che ci voglio bene. E forse, un motivo, non serve nemmeno.

Giorno 9: Hanoi, night life e Old Hanoi

train street hanoi

(prima parte)

Oggi non ho foto, non sensate. Me la sono presa come giornata off. Di testa, di tutto.

Come fossi qui in mezzo al mare, a remare e basta, senza poter far altro, ma sapendo che se vuoi muoverti e stare in equilibrio, anche con le onde grosse, devi pagaiare. E dopo un po’ è di una fatica allucinante, anche se nessuno te lo dice.

“Cosa hai fatto oggi?” Nulla.
È una risposta che odio, ma credo sia davvero importante imparare a vivere ogni istante di quel “niente” alcune volte: non ne sono ancora capace.

Ieri sera avevo bisogno di casino e gente attorno. Sono uscita a caso, finita a una festa in un ostello, a ballare musica trash con gente vestita con le camicie con le angurie. A tirare dadi per scegliere cosa bere.

Mi avvicino a un ragazzo e gli dico “hai così tanto la faccia da italiano che scommetterei qualsiasi cosa”
Ci guardiamo e scoppiamo a ridere.
Chiacchieriamo, beviamo, balliamo.

Poi la festa è finita: ho scoperto che dopo una certa ora qui non si può più far casino e la polizia è arrivata per controllare che ce ne andassimo tutti.

Tutta la massa di persone si è dileguata. Ci siamo infilati in un locale che ci ha fatto entrare in fretta e furia e ha chiuso la serranda da fuori.

Si continuava a ballare, elettronica, in un posto che è poco più che un garage. Caldo, pieno di fumo e gente sudata. Lo adoro.

Soprattutto se balli esattamente come se nessuno guardasse. Perché è proprio così.

Ad un certo punto le luci si accendono e si sentono i fischietti della polizia. Tutti fuori.
La retata per il coprifuoco mi mancava, giuro.

È l’una e mezza, ci fermiamo a mangiare noodle di riso in mezzo alla strada, con tavolini bassi di plastica, di fortuna, e qualche scarafaggio che attraversa il marciapiede. C’è più aglio che spaghetti, ma sono buonissimi.

Parliamo di cazzate e di tutto, lui vive a Milano e ha lavorato fino a qualche tempo fa a due portoni dalla Chocolate Academy.
Ha un colore degli occhi bellissimo, ma non glielo dico.

Probabilmente non ci vedremo mai più, ma il mondo è così piccolo da potersi tenere in una mano. E così grande che una vita non basta per girarlo tutto.

(seconda parte)

Che non c è nulla, è una gran cazzata. Siamo noi che non notiamo le cose, non diamo attenzione ai dettagli. Spesso anche alle cose importanti.

Sono uscita a cena. Mi sono fermata in un posto dove non ci sono stranieri manco a pagarli. Sarà che il menú è solo in vietnamita e che la cucina è un wok in mezzo alla strada. Sarà che mangi sugli stessi sgabellini di plastica di ieri, praticamente per terra.

Ho scelto cosa mangiare indicandolo da uno dei tavoli. Riso. Sa solo Dio con cosa dentro. Si chiama come vedete scritto nella foto. Prezzo 1.5€

È un po’ acido, un po’ sapido, a tratti dolciastro. Non so con che animale. Riconosco uova e verdure.

La bambina del tavolo a fianco mi passa le bacchette ma poi mi sorride e mi dice, passandomi il cucchiaio, “con questo e meglio!”. Ovviamente potrebbe avermi detto qualsiasi cosa perché mi parla vietnamita, ma decido di interpretarlo così.

Hanoi è un caos, come tutte le grandi città. Detesto girarle da turista, penso sempre sia molto meglio semplicemente vagare, respirarne l’essenza. Mi ci sono persa tra i vicoli, gli odori, i profumi, le puzze.

mercato hanoi vecchia old hanoi street food itinerario a piedi

La “Old Hanoi” è come un mercato gigante dove ogni via ha il suo argomento: c’è quella della carne, dei vestiti, dei cavi elettrici, del ferro, dei cellulari, delle ceramiche, delle cose per pulire e di mille altre.
Avevo letto fosse così, ma pare sempre assurdo: noi ci facciamo la guerra se apre una pasticceria nello stesso paese, loro vivono con quaranta negozietti identici accanto.

Mi ha riportato col pensiero un po’ a Kappabashi a Tokyo: mille utensili e cose per cucina e pasticceria. Da perdersi, davvero. Che bel viaggio anche quello.

Adesso doccia al volo e bus notturno per Sapa che arriverà ad un orario improbabile e sarà scomodo come sempre. Per fortuna sono poche ore, tipo sette, giusto un assaggio delle 14 che farò tra tre giorni per andare a Ba Be, un posto dimenticato da tutto che praticamente nessuno ha mai sentito.

Cosa c’è? Nessuno, un lago, un parco naturale e il silenzio

E a volte il silenzio ci pare vuoto e fa paura semplicemente perché a farci paura siamo noi e con Lui non possiamo concentrarci su altro.

Giorno 10: Sa Pa, le risaie

sapa vietnam trekking tra le risaie patrimonio dell'unesco

Siamo immersi in un quadro dai colori vividi, ben definiti, pieni di energia.

Il verde dei campi di riso, il cielo azzurro come una matita colorata e le nuvole che sembrano panna.

Non servono filtri o aggiustamenti di colori. È semplicemente la forza della natura che sa essere bellissima, senza trucco.

Siamo a Sa Pa, lontano dai motorini e dai clacson di Hanoi, lontano dallo smog e dal caos. Qui non si corre, il tempo vive nella sua lentezza.

Siamo arrivati stamattina alle 4 con il bus notturno, in cui i sedili che dovevano essere posti letto erano come loculi. Fossi stata una taglia in più, non ci sarei stata. Grazie Vietnam per farmi sentire magra.

L’aria era pungente, per la prima volta in questo caldo afoso e umidiccio: una sensazione davvero stupenda.

Sono con due ragazzi Californiani e sarò con loro fino a domani perché nella Homestay di Mama Su ci sono cinque stanze e non sono tutte piene. Dopo si aggiungerà una ragazza svizzera.

Mezz’ora di macchina e siamo arrivati. Sono solo le 7.30, ma siamo stanchi per la notte in bianco.

Facciamo colazione con pancake, uova, banane e miele, mentre accanto a noi il marito fuma erba nel bongo di bamboo casalingo.

Hanno le piante in giardino, un “happy garden”: qui è normalità. Semplicemente, cresce.

Dopo una doccia e l’aver lasciato le cose in camera, ci avviamo tra i campi e il fango, fortunatissimi perché c’è il sole e qui il tempo non è mai prevedibile. Ieri diluviava.

Attraversiamo terrazzamenti e risaie, villaggi.

Qui le donne e le bambine sono bellissime, hanno un viso che emana luce, nulla a che vedere con i visi corrucciati della città, e sono vestite con abiti tradizionali, belli, variopinti, che spiccano in mezzo a tutto questo verde.

Se chiudo gli occhi posso far respirare sia i polmoni che l’anima. E dopo 10km immersa in tutto questo, ora scrivo sdraiata sull’amaca sorseggiando un caffè polveroso. Due polli mi girano attorno. Si sente il ruscello, e le risate in lontananza.

Non c’è nulla da fare. Non serve che ci sia.

Giorno 11: Sa Pa, le montagne

montagne sapa trekking di due giorni in vietnam

Eravamo solo in quattro nell’homestay di Mama Su. Insieme alla sua famiglia.
Potrebbe essere l’inizio di una barzelletta in cui ci sono due ragazzi americani appena laureati, una svizzera e un’italiana… in effetti abbiamo riso a crepapelle, ma è più un racconto, un’esperienza. Un bellissimo ricordo.

Una serata stupenda. Mama Su ha cucinato la cena e mangiato con noi sui tavolini bassi di legno e gli sgabelli instabili.

Possiede campi di riso, bamboo, bufali, polli, zucche e altri ortaggi. Tutto ciò che abbiamo assaggiato è del suo “orto”. Non coltiva per vendere, ma per la famiglia e gli ospiti della sua struttura. Lei non sa leggere nè scrivere. Il suo è un sapere parlato e sa anche l’inglese piuttosto bene.
Questa è la sua vita. Nulla più, nulla meno. Ha 33 anni, tre figli, un dente d’oro.

A un certo punto ha cominciato a diluviare, siamo rimasti noi quattro e ci siamo messi a giocare a giochi improbabili che solitamente fai da ubriaco, ma non avevamo nient’altro che noi, quindi abbiamo dovuto improvvisare. Con shot di acqua per pagare pegno.

Abbiamo riso come scemi, con il rumore delle grandi gocce sulla tettoia come sottofondo. La felpa per la temperatura scesa di colpo e tutt’attorno buio e silenzio. Un sacco di fango.

Non dormivo così bene da mesi, con tanto di piumino, zanzariera e un’umidità che ti entra nelle ossa, ma che poi non sentì più.

Stamattina sveglia presto, pancake, banane e uova per colazione. Scarpe da ginnastica e via, su per le montagne. D’inverno fa anche un metro di neve, ci racconta Mama Su che ci guida per i sentieri.

C’è meno sole di ieri per fortuna perché la strada è ripida. Saliamo l’equivalente di 85 piani.

La vista è mozzafiato, ci fermiamo perché lei deve comprare un pollo da un tizio che li vende per strada e per fare qualche foto.

Tutt’attorno i terrazzamenti, il riso, il verde per la pioggia che ogni giorno rende più vividi questi posti. Bambini che raccolgono pannocchie, signore vestite con i loro abiti colorati e con le ceste di vimini sulle spalle. Altre che cercano di venderti bracciali, orecchini, stole.

È tutto surreale, ma, in effetti, chi stabilisce cosa sia la realtà?

Giorno 12: Ba Be Lake, parco nazionale nel Nord

Parco nazionale nord vietnam cascate babe lak

Sono nel mezzo del nulla, da qualche parte nel nord del Vietnam.

Quando ho prenotato il bus per Ba Be, anche il tizio dei biglietti non sapeva esattamente come ci si arrivasse.

Fatto sta che mi hanno caricata su uno sleeping bus, dalla luce soffusa rossa con dei sedili reclinati dove la larghezza del mio corpo non entrava, ma si incastrava. Erano la metà di quelli per Sa Pa, giuro. Non pensavo fosse possibile.

Mi sono sdraiata, incappucciata come per entrare in guerriglia perché c’era un freddo polare e il bocchettone dell’aria, 30X60 proprio sopra di me. Il solito culo di sempre.

Nessun turista, tutti locali. Nessuno che capisca nulla di una lingua diversa se non la parola “WC”. Almeno la pipì riuscirò a farla: ci si fermerà una volta sola nelle 9 di viaggio. Così ho intuito dai gesti.

Non so a che ora arriveremo, dove, e come capirò di dover prendere il secondo bus.

Metto le cuffie, nove ore di musica in cui provi a concentrarti a non pensare, magari dormire, infondo non sono poi così male.

Arriviamo alle 5.26, un tizio da fuori urla “Ba be, Ba be!” e piove a dirotto.
Poco male, lo seguo.

Entro nel secondo bus dove finalmente si sta seduti: non so quanto ci voglia, ma so che devo scendere al capolinea.

Si ferma ogni 5 minuti, ci mettiamo 5 ore a fare 180 km. La pioggia non smette. Non ci fermiamo mai se non per caricare e scaricare qualcuno o cose improbabili nel porta pacchi.

Ho seriamente pensato di fare la pipì in una bottiglia.
Considerando anche che dopo le prime due ore e mezza, a bordo c’ero solo io.

Silvia, contegno. Già fai schifo, puzzi, hai fame, sei sporca, le occhiaie, i capelli intrisi di umidità.
“Appunto, dice la vocina nella testa”, ma non la ascolto.

Arrivo e diluvia anche più di prima. Scendo alla stazione dei bus che è una casa di una famiglia e un ragazzo mi guarda: usando google traduttore mi chiede dove devo andare.

Parco nazionale nord vietnam cascate babe lak

È una homestay a 5km. Qui Grab non esiste. Ti possono portare al massimo in motorino.

Il bello dell’Asia è che trovi sempre persone che per un motivo o per l’altro sono disposte ad aiutarti. Chi solo perché vuole, chi per soldi. Ma non ha importanza, ti cercano, non aspettano sia tu ad andare da loro.
Mi da uno dei loro impermeabili, carica i bagagli e partiamo.

Facciamo un selfie, si ferma due volte per qualche foto indicandomi cosa devo guardare.
Arriviamo nella homestay ed è una casa: la stanza due pareti di legno con una finestra senza vetri nè nulla, solo una grata. 
Il bagno è il loro, l’acqua calda non c’è.
Questa è la mia Asia.

Parliamo usando google traduttore, mi dice che qui arrivano al massimo dei turisti vietnamiti, difficile si vedano altri volti.
Posso immaginarmi il perché.
E il loro indicare i miei capelli viola con le facce stupefatte me lo conferma.

Il panorama è mozzafiato. Se facesse bello lo sarebbe anche di più e potrei fare un giro in barca sul fiume, ma meglio così, oggi il tempo si ferma su questa amaca. Come aveva fatto a Don Det l’anno scorso.

Mi ricordo l’esatta sensazione, il fango, la paura del non aver nulla da fare, del ritrovarmi con i miei pensieri, un messaggio a chi so mi avrebbe capita che fa sentire meno soli e la paura delle ore da far passare.

Quell’isoletta mi aveva piacevolmente stupito. Tutto ha qualcosa da insegnarci, sempre.

Probabilmente non parlerò con nessuno fino a domani notte, e forse i pensieri sono simili, ma non c’è nulla che faccia paura, c’è la pioggia che danza sull’acqua, che suona, che rompe il silenzio. E lo colora insieme alle migliaia tonalità di verde.

Giorno 13: Ultimo giorno, ritorno ad Hanoi per volare in Malesia

train street hanoi vecchia

Ho letteralmente fatto una giornata intera di viaggio, 24 ore tra andata e ritorno, per passarne 18 lì. Per fare cosa? Guardare la pioggia sul lago e non incontrare anima viva per due giorni. Ne è valsa la pena? Si. Perché? È difficile da spiegare.

Mi sono svegliata nel silenzio di quel panorama senza sveglia. Ha piovuto tutta la notte. Il suono era stupendo. Ogni cosa è umida. I vestiti, il letto, i capelli.

Ho un cumulo di pensieri che potrei venderne a manciate.

Faccio fatica a vivere un giorno senza far nulla, che poi nulla non lo faccio comunque, mentre loro vivono qui, 365 giorni l’anno. La nonna con il cappello alla francesina, senza denti, che mi sorride, ha guardato tutto il giorno il vuoto.
Credo impazzirei.

Sono partita alle 11.30 per Hanoi, su un bus che è arrivato sei ore dopo.
Il ragazzo che prende i soldi del biglietto avrà vent’anni e stuzzica e flirta con una ragazzina seduta di fianco a me.
Sorrido, perché in qualsiasi parte del mondo, gli esseri umani hanno le medesime dinamiche. Non importa la forma degli occhi, il colore dei capelli, la lingua, il dove.

Ho pensato per sei ore. Leggo Margaret Mazzantini. Dell’amore di Diego e Gemma. Del fatto che lui, dal primo istante, sapeva essere la donna della sua vita, a prescindere dal fatto che l’avrebbero passata insieme, o meno.

Sono righe che mi pare mi facciano un po’ sanguinare. Un pugnale invisibile piantato sotto la maglietta sgualcita.

“Non si guarisce mai da ciò che ci manca, ci si adatta, ci si racconta altre verità. Si convive con se stessi, con la nostalgia della vita, come i vecchi.”

Arrivo ad Hanoi, ultima sera vietnamita. Domani volo in Malesia. 
Una doccia, il balsamo che si è aperto ovunque, la faccia sfatta come sempre, tutti i vestiti stropicciati.

Esco per perdermi tra le vie e scopro il mercato della domenica sera: centinaia di bancarelle con cose fake, o meglio, semplicemente “Made in Vietnam”. Dovremmo renderci conto di quanto siamo idioti a pagare 300 euro per una giacca che fanno qui e qui vendono a 15.

Entro nel mio vecchio ostello, ho voglia del toast con avocado e uova.

Alzo gli occhi sulla tv: c’è la Formula 1. Ecco la seconda pugnalata. So che la sta sicuramente guardando. Vaffanculo.

Avete presente la sensazione di essere legati a qualcuno in un certo istante? Come quando state pensando a quella persona e quella vi chiama o vi scrive? Come quando aprite whatsapp e vedete qualcuno in linea e vi sembra di non essere così lontani? O quando sussultate perché vi viene chicchessia in mente e sapete che non è solo un’impressione, ma è davvero un pezzo di anima o suo pensiero che vi arriva?

Ecco. Tra tutte le cose, ora, in Vietnam, dovevo fermarmi davanti a uno schermo che trasmette la F1. Quante possibilità c’erano? Vaffanculo. Ci tengo a sottolinearlo.

Mangio il mio toast ed esco a respirare ancora un po’ di smog e clacson. Esco a perdermi tra la gente. O forse a cercarmi tra quell’ammasso di occhi che incrocio, di odori, di vociare, di gambe che camminano. Non si sa mai che mi ritrovi nello sguardo casuale di un qualche sconosciuto.

Volo in Malesia il mattino successivo, ma ve la racconto in un altro articolo, questo era tutto per il Vietnam che rimarrà sempre nel cuore. Due settimane semplicemente indimenticabili. 

 

 

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