Copenhagen in due giorni

Copenhagen, un week end e 52 chilometri a piedi. Ma niente paura, in realtà c’é anche la metro, qualche trenino e tanti autobus.

Copenhagen è piccola, una bomboniera colorata con mare e canali, con la pacatezza di una città nordica e l’armonia dello spirito hygge tipico danese.

Arrivata con l’aereo da Torino, all’aeroporto si trova la metro che in un quarto d’ora ti porta in centro città. Se si pensa di usarla un bel po’, conviene fare il biglietto da due o tre giorni.

Sono scappata da Torino per il mio compleanno, un regalo di cui avevo bisogno per non pensare, nè aspettare. È stata una toccata e fuga ma, a mio parere, più che sufficiente per visitare la città.

VENERDI

Arrivo in tarda mattinata, sabato, partenza domenica sera alle 19. Diciamo due giornate piene.

Appena arrivata sono scesa a Kogens Nytorv per vedere Nyhavn, il canale che si riconosce in qualsiasi foto della città, fatto da una parete di case colorate. Ci sono tornata poi, anche al tramonto, perché ha uno scorcio per una foto mozzafiato.

La mattina del venerdì, ormai all’ora di pranzo, dopo aver posato la valigia in hotel e mangiato qualcosa rigorosamente con il salmone (che infilerebbero pure nei cookies) ho girovagato per la via principale, sono andata a vedere il museo di Andersen, quello dei Guinness World Records e tentato di entrare al Tivoli Park. Tentato perché chiuso fino a tre giorni dopo la mia partenza. È il parco divertimenti più vecchio d’Europa e avrei voluto anche solo visitarlo. Ma nulla, occhi dolci e sorriso sono valsi a una fava.

Al tramonto sono tornata a Nyhavn, per poi camminare fino a Christianshavn. È un quartiere al cui interno c’è una comunità autogestita. Non si possono scattare foto, non esiste polizia e sembra di essere al mercato delle droghe leggere a cielo aperto. Una vera e propria pusher Street dove già solo camminando annusi banchi di fumo passivo, aromatico e anche piacevole.

Ho mangiato lí in un bar pub molto carino, l’unico che c’è in realtà.

È molto caratteristica, i murales e le lucine a lanterna rossa completano il quadretto.

Se siete da soli e avete paura anche sotto casa vostra la sera, vi consiglio di andarci di giorno. In ogni caso, è tranquillissima.

SABATO

Innanzi tutto Happy birthday to me!

Dopo alcuni tristi auguri in anticipo e altri meravigliosi che mi hanno inondata già dalla mattina alle nove, mi sono incamminata.

Tappa da Starbucks per colazione e giro sul bus Sightseen per dare uno sguardo complessivo alla città. Il giro dura un’oretta e mezza e, tornata alla tappa della partenza, mi sono incamminata verso nord. Meta: la Sirenetta, ma passando attraverso i parchi e il giardino botanico.

Il cielo splende di un azzurro terso e senza nuvole. Sono giorni spettacolari, freddi ma non troppo.

Molto bello è il Kastellet, un giardino ex fortezza fatto a stella, al cui centro è riprodotto un vecchio mulino. Da lì si scende e ci si avvia verso la sirenetta. Mi soffermo ad una statua di metallo stupenda che chiamano futuro… mi chiedo perché il futuro debba sempre essere visto cosí freddo e inanimato…

Pranzo al Riz rat con un buffet vegetariano meraviglioso.

In ogni caso, foto di rito alla Sirenetta, tappa nel negozio lego per crearmi l’avatar e te delle cinque nella pasticceria più antica di Copenhagen: Conditori La glace. Assaggio la specialità della casa: una mousse al torroncino che pare una nuvola e una torta al rabarbaro.

È ora della doccia e di cambiarmi per la cena. Essere da sola non vuol dire non farsi bella per se stessi il giorno del proprio compleanno.

Uscendo poi, incontro qualcuno e decidiamo di mangiare insieme in un bistro stupendo, per poi finire al the Hive, un club, a ballare musica improbabile tra universitari. Punto positivo della serata: non sono da sola del tutto e quando prendo da bere mi scambiano per una delle ragazze della festa della facoltà e mi offrono il drink.

Niente candelina quest’anno. Nemmeno la torta, come sempre. Beati i paradossi dell’essere pasticcera.

È ora di dormire, ma mi fregano un’ora per il cambio fuso… non importa, dormirò nella prossima vita.

DOMENICA

Rincoglionita come non mai mi trascino nuovamente verso l’ultimo cookie e cappuccino di soia della gita.

Tappa successiva è la torre della chiesa del Santo Redentore per vedere Copenaghen dall’alto: chiusa per il troppo vento. Ma vaffanculo.

Va beh, mi addentro in Christiania per vederla alla luce del sole. Sembra un posto totalmente diverso. Il murales all’ingresso, che ritrae un mondo di gnomi e fate, mi rapisce. Le strade sono vuote, il sole caldo, il vento freddo, le pareti colorate. Compro una collana ricavata da un vecchio cucchiaino intagliato. Meravigliosa.

E mi avvio verso il Palazzo di Christiansborg, il parlamento, la seconda possibile torre da cui ammirare la città. Niente 400 scalini come l’altra, ma un ascensore che porta fino in cima. È gratuita e la struttura dall’esterno molto bella.

Scendo che sono già le 15 e mi rimane qualche ora prima di recuperare la valigia e dirigermi in aeroporto… mi siedo su una panchina al sole, chiudo gli occhi e faccio una meditazione di un percorso iniziato 21 giorni prima.

A volte le emozioni non sai trattenerle e, personalmente, lo faccio quasi mai. Beh, scoppio a piangere. Io so il perché. E va bene così. Il sole mi scalda, il vociare delle persone stupendo, il ragazzo che suona la chitarra poco più in là: mi ricordano che la vita è stupenda.

Copenhagen è bellissima e tranquillamente visitabile in due o tre giorni. Era da tempo che volevo venirci e, man mano che vado avanti nella vita, comprendo sempre più che non bisogna aspettare. Nulla. E nessuno. Perché il tempo passa senza accorgercene e non non dobbiamo buttarlo via.

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