Bolaven Plateau e dintorni di Pakse

Mi sono svegliata col diluvio e la giornata prevedeva il tour tra il Bolaven plateau, piantagioni di caffe e cascate. 

MOLTO BENE. Ma qui la pioggia non fa paura, tantomeno il fango fino a mezzo polpaccio. 

Personalmente opto sempre per le scarpe aperte, i piedi si bagnano velocemente almeno quanto si asciugano, ma c’è chi va di scarpe. Lascio ai posteri l’ardua sentenza. 

Sostanzialmente più che di un tour si tratta di un mini van che ti accompagna in posti che in altri modi non raggiungeresti, ti molla lì e tu giri. Non arrivano bus, l’alternativa è il motorino o la macchina a noleggio e alcune distanze il motorino non basta. Io in ogni caso, essendo da sola e non sapendolo guidare opto sempre per questa soluzione. Tutta la giornata mi costa circa 13 euro. 

Stamattina siamo solo in cinque. Non c’e molta gente che viene a Pakse, tutti preferiscono il nord, magari verso Luang Prabang, o il sud verso lo Si Pan Don, per cui però passare di qui diventa sosta quasi obbligatoria. 

Iniziamo con le Tad Fane, delle cascate strepitose in cui però data la foschia dobbiamo affidarci solo all’immaginazione. Parte nella testa la canzone dei Cramberries in loop.

Seconda tappa sono le piantagioni di te e Caffé della zona. Molto ben tenute, si va direttamente da un produttore locale presso cui si possono anche acquistare diverse varietà di te e caffè e fare qualche degustazione. Io prendo un’arabica “Laos style”, molto molto corposa a cui aggiungono un fondo di latte condensato. Di più non mi hanno saputo spiegare, o probabilmente io capire. 

Terza tappa è la meraviglia, un villaggio sperso ad est di Pakse, il Kok phoung Thai. 

 

La meraviglia dei bambini che giocano nel fango con dei maialini che camminano per le strade infangate, la signora che fa pascolare l’unica mucca del villaggio e il mercato di frutta e verdura all’ingresso. 

Vivono in casette di legno e bamboo, noncuranti del fango, della pioggia. E i bambini ci chiedono di regalare loro una penna. Niente soldi, solo una penna che pare essere un tesoro una volta che la stringono tra le mani. 

Sono mezzi nudi con stivali più grandi di loro. Bellissimi. L’energia che emanano è strepitosa. Questa mezz’ora qui per me vale il mio viaggio in Laos, più di elefanti, cascate e templi. 

E non ci si capisce se non a gesti e a sorrisi. 

Continuo a piovere, ho i piedi pieni di fango e i capelli arricciati, ma credo sia il clima perfetto per un luogo che profuma di rinascita e che di arido non ha un bel nulla. 

La quarta tappa sono le cascate Tad Hang, in cui ci fermiamo anche a mangiare. Un posto tranquillo oltre il fiume in cui mangiare una zuppa di pesce caldo. O un riso saltato. 

La signora del “ristorante” mi ferma e mi chiede una foto. È la terza volta che mi succede perché qui sono io “l’esotico”. E nulla, il fucsia tira. 

L’ultimo punto è stupendo: Katoo. Una passeggiata in un boschetto e l’arrivo a delle cascate che sono mozzafiato, con un ponte in bamboo da attraversare per tornare al punto in cui ci siamo fermati. 

Non c’è nessuno, solo noi. 

E io e Beppe che avevamo qualche segreto da dirci e ci siamo fermati un attimo a pensare. 

Stasera mi perderò di nuovo tra il mercato, aspettando domattina per andare verso Don Det. 

La Thailandia sembra lontana anche se sono solo 9 giorni che giro, ma il tempo è relativo quando è così denso di emozioni. Quelle che talvolta ti accorgi di vivere solo dopo averle sorpassate.

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